Pubblicità e poco altro

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Pubblicità e poco altroPubblicità e poco altro

La pubblicità, il marketing e altri strumenti simili sono stati creati per mostrare e, possibilmente, vendere dei prodotti. Qualunque essi siano: la professionalità della gente, prodotti, beni, servizi, aziende produttrici, talvolta i loro dirigenti, potenziali clienti o altro.

Spesso alcuni messaggi pubblicitari sono fonti involontarie di risate come quelli riversati in rete dalla Microsoft per i suoi Surface 2 oppure quel produttore cinese di smartphone che ha perso le staffe quando qualcuno ha cominciato ad insinuare che stava progettando un dispositivo simile all’iPhone X. Questo curioso personaggio ha reagito a queste insinuazioni annunciando a tutta la galassia che non ci pensava nemmeno a fare una cosa del genere e che sarebbe stato molto gentile da parte degli autori di queste insinuazioni smettere di diffondere notizie false come quella sulla sua azienda. La traduzione forbita, di cui tutti hanno evitato di parlare esplicitamente per non fare crollare un mito, è che quel produttore ha fatto anche l’impossibile per riuscire a clonare l’iPhone X ma non c’è riuscito e non poteva ammetterlo. In caso contrario, sarebbe stato un grave danno, quasi irreparabile, per sé e per la sua azienda e la crisi di panico di cui è stato vittima quel dirigente non è stata di molto aiuto a nessuno dei dispositivi prodotti e nemmeno al prestigio e alla credibilità aziendale.

Esopo, la volpe, l’uva.

Questo genere di pubblicità poco noto ricorda la favola della volpe affamata che, dopo vani tentativi di mangiare dell’uva, vi rinuncia dicendo che è acerba e forse non valeva la pena di fare tutti quegli sforzi per prenderla.
Molti però vi ricorrono quando altre campagne pubblicitarie falliscono, non danno i risultati sperati o, paradossalmente, i suoi destinatari ricevono il messaggio opposto a quello preventivato da chi ha progettato e gestito quella pubblicità e si vedono costretti a recitare il ruolo della volpe di Esopo per evitare danni peggiori.

Di solito funziona in questo modo: iniziano a fare una campagna pubblicitaria in cui confrontano il loro prodotto con uno della concorrenza e fanno vedere che il loro è migliore per qualche ragione. In teoria con questo genere di pubblicità dovrebbero vendere più prodotti sottraendo una parte del mercato alla concorrenza. In teoria, appunto, ma non in pratica.

Talvolta capita che il prodotto pubblicizzato è quello che rimane sugli scaffali ed è il prodotto della concorrenza che tutti corrono a comprare. A questo punto, la reazione più comune degli autori della pubblicità e del committente, non è la correzione degli errori pubblicitari spiegando quali potrebbero essere i vantaggi a compare il prodotto pubblicizzato e quali sono le caratteristiche per cui potrebbe essere un’idea interessante prenderlo in considerazione.

No! Loro reagiscono evitando innanzitutto di ammettere l’errore e di prendersene la responsabilità attribuendola al mercato e alla sua mancata comprensione del messaggio pubblicitario il cui scopo, secondo quanto affermano, era diverso da quello che tutti hanno compreso. Nessuno, ovviamente, crede a quanto dicono ma loro se ne infischiano e continuano nelle loro cose come se nulla fosse successo, convinti  di riuscire a vendere comunque il prodotto di cui hanno fatto quella pubblicità disastrosa, magari riciclandolo in qualche modo. Fino al disastro successivo che farà ricominciare tutto da capo.

Google ha cercato di vendere i suoi Pixel 2 presentadoli come anti iPhone X. Ha iniziato  a raccontare che li avrebbe sbattuti fuori dal mercato in virtù delle caratteristiche dei suoi dispositivi ma le è andata male. Chi le ha creduto e li ha comprati, spesso non ha fatto altro che aggiungere la sua lista di guasti e di difetti a quelli che c’erano già o stavano per essere resi noti di lì a poco. Google ha provato a rimediare in vario modo ma le sue prospettive di mercato sono cambiate e ora sta cercando di svuotare più in fretta possibile gli scaffali dei magazzini pieni di materiali invenduti senza più cercare di scalzare gli iPhone X dal mercato visto che non sembra più avere i prodotti adatti a farlo. Per dirla con il nostro amico Esopo, Google oramai recita la parte della volpe che non cerca più di prendere l’uva degli iPhone fuori mercato, troppo acerba e la possibilità di prenderla è  oltre le sue capacità. Quell’uva, rimarrà attaccata al suo tralcio per parecchio tempo ancora. Provate ad inserire “Pixel 2*” in un motore di ricerca, come l’avete appena letto, virgolette comprese e ne vedrete di tutti i colori.

Samsung si è distinta ancor di più con le sue campagne pubblicitarie, per dirla con un po’ di ironia. Le sue vendite probabilmente scarseggiavano e lei ha voluto incrementarle confrontando l’ultima sua proposta con l’iPhone X ottenendo il risultato opposto a quello preventivato: Apple ha rimediato tanta pubblicità gratis per i suoi dispositivi e molti di loro sono stati venduti anche oltre le sue previsioni. Lei, Samsung, a quanto pare, s’è ritrovata gli scaffali pieni di materiale invenduto e svariati dirigenti talmente in difficoltà da essere costretti ad assumersi le loro responsabilità per quel disastro commerciale e a dare le dimissioni.

Apple, però, non ha voluto essere da meno degli altri. Ha provato ad introdurre il Face ID nell’iPhone X ma l’impressione che ha dato è stata quella di usare un sistema di identificazione di ripiego, ottimo, a quanto sembra, ma sempre di ripiego.  In rete si sono chiesti qual’ era la ragione di questa scelta visto che c’era il Touch ID che funzionava benissimo. In Apple non hanno gradito molto perché, ad un certo punto, Dan Riccio, il responsabile Hardware dei dispositivi Apple ha sbottato, parecchio seccato ed infastidito, sostenendo che Apple non aveva mai provato ad implementare il Touch ID, come sostenuto dalla rete.

Il progetto dell’iPhone X era già partito con il Face ID sin dall’inizio e nessuno aveva mai pensato di inserire, in qualche modo, il Touch ID in quel dispositivo. Molti gli hanno creduto ma altri hanno pensato che quell’affermazione nascondeva un fallimento del tentativo di fare passare i suoi segnali attraverso il display Samsung a causa della sua struttura multi-strato. Non era da Apple ammettere un simile fallimento a cui bisognava porre rimedio senza che si sapesse in giro. La soluzione alternativa per l’identificazione dell’utente che è stata trovata, poi conosciuta con il nome di Face ID, venne usata per incrementare le vendite dell’iPhone X e  la prospettiva di nuove tecnologie prossime all’arrivo che, forse, verranno presentate nelle prossime edizioni dei dispositivi Apple.

La concorrenza non sembra avere molto gradito e ha reagito molto malamente quando ha saputo di queste cose.
Qualcuno s’è chiesto perché alcuni giochi non comparivano sui dispositivi Apple. Uno dei produttori che vanno per la maggiore, Blizzard, ha attribuito la sua incapacità di programmare e pianificare prodotti adatti alle ultime tecnologie Apple praticamente a tutti tranneche  a se stessa e alle sue scelte di mercato poco adatte al mondo Apple.

Per il momento ci fermiamo qui.

N.B: Le cose che avete letto, sono solo una sintesi di cosa succede in rete quando qualcosa va storto nella campagna pubblicitaria perché chi l’ha progettata o commissionata, ha una grande stima di se stesso e una pessima opinione del resto del mondo che ritiene incapace di apprezzare il suo lavoro.

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