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Morituri te salutant, Google!

Morituri te salutantMorituri te salutant, Google!

La frase che avete appena letto ricorda la versione popolarmente nota dell’originale che i gladiatori indirizzavano all’imperatore del momento prima di iniziare a darsele di santa ragione. La sua storia viene riportata dall’altra parte del collegamento e altrove in rete anche se, ai fini di quest’articolo le differenze tra le due versioni sono da considerare trascurabili. Cominciamo dalle vicende del mondo Google e dei suoi prodotti. Delle altre si parlerà successivamente, quando si diffonderanno notizie su qualche figuraccia rimediata cercando di pubblicizzare nuovi prodotti o migliorare le vendite di quelli in catalogo.

Errori e perplessità

Recentemente s’è sparsa la notizia che Google a metà del prossimo anno, più o meno, chiuderà Google Plus com’è ora e lo trasformerà in qualcos’altro, molto più redditizio. Verrà destinato alle aziende e a quei professionisti che di loro volontà, o perchè costrette a farlo, pagano molto più generosamente dell’utenza attuale che vi accede gratuitamente.

Ora, dopo una serie di errori e qualche figuraccia che potevano essere evitate, Google ha deciso di chiudere la versione gratuita di Google Plus e di lasciarne una a pagamento e ad accesso ridotto adatta ad uso aziendale e altre utenze simili. Per via, così ci è stato raccontato, dello scarso rendimento, di un baco che metteva, potenzialmente, allo scoperto una quantità spropositata di dati e dei costi eccessivi per aggiornare quel simil-social network.
Pochi hanno creduti a questa affermazione.

In un vicolo cieco

In questi anni Google e la sua dirigenza sono stati coinvolti in varie vicende concluse, per taluni, con relative fughe dalle proprie responsabilità in una nuova società, Alphabet, poi diventata capofila del resto del gruppo, di alcuni e con gli scongiuri di poter continuare a mangiare tutti i giorni per gli altri.
Google Plus era nato prendendo le sue caratteristiche un po’ dappertutto e sviluppato in modo da avere una vita simile a quella di Google di cui avrebbe dovuto essere una emanazione. Venne messo sul mercato ma qualcosa, però, andò storto e quel fac-simile di social network non decollò. Qualcuno in Google pagò per quell’errore e altri se ne andarono.

Fuga dalla realtà

La reazione a questa vicende da una parte fu la confluenza in Alphabet e la ristrutturazione del gruppo di cui Google diventò uno dei componenti. Dall’altra parte, quella della rete, quel poco che si venne a sapere spinse parecchi dei loro frequentatori a chiedere spiegazioni.
I fuggitivi di Alphabet, messi alle strette, si videro costretti a raccontare qualsiasi cosa pur di non perdere la faccia e la loro renumerativa posizione aziendale.

A tale fine gli scandali in cui erano coinvolti dovevano essere insabbiati il più in fretta possibile per impedire al popolo della rete e, pare anche ai dipendenti, di fare ulteriori domande a cui non si poteva dare risposta evitando di prendersi le proprie responsabiltà e perdere la propria, lucrosa, posizione nell’organigramma aziendale. Si finse, pertanto, di voler rimediare agli errori fatti chiedendo suggerimenti e consigli su come rimediarvi o quali caratteristiche dare ai prodotti di là da venire. Nessun accenno, ovviamente, venne fatto sulle vicende economiche, finanziarie e talvolta personali che li avevano spinti a barricarsi in Alphabet e a creareil nuovo gruppo informatico che ne era l’emanazione.

Reazione della rete

La rete fece arrivare suggerimenti e consigli che vennero ignorati nella maggior parte dei casi con grave danno di molti dei prodotti Google. Chi sopravvisse a questa carneficina è tutt’ora disponibile in rete ma il loro rilancio non ha avuto lo stesso successo per tutti.

Molti dei loro vecchi utenti sono passati ad altro e chi è rimasto, non ha più la fede nel mondo di Google di un tempo anche se i suoi prodotti vengono ancora molto usati e sono molto diffusi. Basta guardare nei posti giusti per rendersene conto:le guerre per bande dei fedeli a questo o a quel marchio e prodotto che si potevano trovare un tempo in rete non hanno più la virulenza e la frequenza di un tempo.

I troll e i flamer che non esitavano ad uscire dagli angoli più oscuri della rete per dare addosso a chiunque avesse idee e gusti diversi non sono più astiosi e rancorosi come nel passato; i produttori e i media si danno molto meno da fare per screditare questo o quello e ad esaltare i loro prodotti pur di attirare frequentatori e introiti pubblicitari. Alcuni di loro hanno imparato a loro spese che gli screditamenti nei confronti altrui possiede, per così dire, un effetto boomerang molto doloroso per le vendite, per i frequentatori del proprio sito o le vicende degli articoli e dei blog che li contengono.

Altri, no, non hanno imparato nulla e continuano, ostinati a screditare o a prendersi gioco di chiunque capiti a tiro o che serva a rimediare un momento di celebrità. Tutte le volte capita l’opposto di quanto preventivato ma loro insistono, con pervicace ostinazione.

Ma questa è un’altra storia di cui parleremo presto.Per il momento ci fermiamo qui.

N.B: L’immagine di testa è presa da Wikipedia.org e la trasposizione della versione originale della frase che ho usato come titolo di questo articolo.

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